il dono

Aldo Martinelli aveva un dono.
Fin dalla nascita la natura lo aveva fornito di una sensibilità acutissima con la quale percepiva i fatti ben prima che si realizzassero.
Sulla bontà di questa dote nessuno dei centoquaranticinque abitanti di Farantola nutriva alcun dubbio: tutti si erano rivolti al fortunato compaesano nei momenti di difficoltà e lui, fedele alla sua fama, dissipava le nebbie dell’incertezza con illuminanti vaticini.

Le premonizioni più clamorose gli si presentavano sempre di notte, quando se ne tornava a casa barcollando completamente ubriaco.
La sera del 24 agosto sembrava destinata a finire come le altre. Aldo, maledicendo a gran voce il governo, l’afa e l’oste, stava rincasando. Quando però arrivò al cancello del giardinetto, un vento polveroso, violento, che odorava di mare e trasportava strofe di canzoni, gli gonfiò la camicia come una vela e lo trascinò a terra. Mentre cercava di rialzarsi, puntellandosi sui gomiti, vomitò. L’odore acre di vino si mischiò a quelli sospinti dal vento e qualcosa, in quell’olezzo, gli ricordò una veglia funebre. Anche la musica mutò magicamente e da allegra diventò cupa, piena di mesti presagi. Aldo interpretò i segni e capì all’istante: sarebbe morto quella notte stessa. Piangendo come un bambino, si rimise in piedi e per la tensione si pisciò addosso; attraversò il giardinetto e si buttò sul divano sotto il portico, dove si addormentò, aspettando la morte.

La mattina, Aldo si svegliò sicuro di essere morto.
Non aveva dubbi, il suo sesto senso non aveva mai sbagliato: era spirato durante il sonno.
Aldo si stupì non poco di come la condizione del defunto assomigliasse in tutto e per tutto a quella dei vivi; sentiva il suo fondoschiena torturato dal divano rotto, gli prudeva la barba mal rasata e la testa sembrava sul punto di esplodere.
Cominciò a tastare i cuscini del divano: li sentiva ruvidi e sfondati, esattamente come il giorno precedente. Si stiracchiò e il male alla spalla era ancora lì a commemorare l’epica rissa di due anni prima da cui ne era uscito mezzo morto.
Continuò per un’oretta buona a ispezionarsi, palparsi e sfiorarsi ma non trovò alcuna novità: dai piedi callosi alla fronte unta tutto gli sembrò identico a quando era vivo.

Il rumore di una ramazza sfregata sul pavimento della cucina distolse Aldo dalla sua analisi. Si alzò e fece per entrare in casa ma Angelina, moglie da quarantotto anni e vedova da un paio d’ore, gli sbarrò la strada con la scopa.
“Non provarci neppure! Corri a lavarti nell’orto!”, urlò.
Aldo rimase fermo, imbambolato davanti all’uscio con le braccia penzoloni e la bocca aperta, folgorato da un’intuizione: la moglie aveva il dono di vedere i defunti.
In un attimo molte cose si chiarirono; certi sproloqui urlati da Angelina, mentre mescolava la minestra maledicendo il clima afoso, la terra sterile e il marito ubriacone inconcludente, non erano farneticazioni di una mente isterica, come aveva sempre pensato: sua moglie parlava con qualche spirito.
Convinto del diritto dei morti d’ignorare le rimostranze dei vivi si diresse verso la porta d’ingresso ma, all’ultimo, cambiò idea, preferendo non provare i poteri paranormali della moglie armata di ramazza; così si voltò e andò verso l’orto.

“Strano come anche i fantasmi abbiano un peso”, pensò, badando al rumore dei suoi passi sulle piastrelle sconnesse del vialetto.
Arrivato nell’orto, Aldo ebbe una folgorazione: poteva approfittare della sua condizione di spirito per togliersi qualche soddisfazione; così, anziché lavarsi, imboccò il cancelletto di legno e si diresse verso la piazza del paese.
Durante il tragitto, un paio di persone lo guardarono e lo salutarono con un cenno; lui, rigido e impettito come si conviene ad un defunto, li ignorò attribuendo le occhiate al caso e i cenni a contrazioni nervose.
Arrivato nella piazza, si sistemò esattamente nel mezzo e con un sorriso malvagio calò i pantaloni e si accucciò, accompagnato dalle campane della chiesa che annunciavano la fine della messa prima.
Dejanira, una signora di ottantasei anni, quattro mariti e undici figli, uscita proprio in quell’istante dal portone della Parrocchiale, lo fissò, sgranò gli occhi e urlò, facendosi il segno della croce.
Il grido, o la scoperta di essere circondato da medium, bloccò l’intestino ad Aldo che si rialzò di scatto e con le brache a mezza gamba saltellò via come un rospo, rifugiandosi in un vicolo.
Ansimando e sudando si appoggiò ad un portone all’ombra del muro, cercò di ricomporsi e di far chiarezza nella sua testa, ancora squassata dai postumi della sbronza.
Si lamentò, sottovoce, per la sfortuna di non poter godere del suo nuovo status di defunto ed imprecò contro il destino, colpevole di averlo fatto morire nell’unico posto al mondo dove vivevano più veggenti che topi.
Al culmine delle sue lamentazioni, Aldo fu distratto da un luccichio nel cielo. Socchiuse gli occhi e, facendosi ombra con la mano, osservò a bocca aperta e con gli occhi lucidi una bellissima scia bianca disegnata nella striscia d’azzurro tra i tetti.
Il suo sesto senso lo illuminò e Aldo avvertì con chiarezza la fine di quell’assurda situazione; presto tutto si sarebbe risolto e avrebbe potuto finalmente vivere come ogni fantasma degno di tal nome.
Rincuorato da questa intuizione, si raddrizzò, sistemò i capelli con la mano e spavaldo uscì dal vicolo.
Guardò a destra, verso l’osteria, e lo stomaco subito gli si contorse e gli rivelò come anche i morti non possano eccedere con il vino; così si girò sulla sinistra, incamminandosi verso casa, proprio mentre un camion rosso fuoco arrivava veloce.
L’autista non si accorse di nulla, non frenò neppure e Aldo fu scaraventato a terra e trascinato per una decina di metri.
Straziato dal dolore, presentì in un lampo l’imminenza della sua seconda morte, ma riuscì a sorridere: finalmente era stato riconosciuto per quel che era, un fantasma invisibile agli occhi. Morì ancora, contento: il suo sesto senso non lo aveva abbandonato.

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